Il PEI di un alunno con disturbo dello spettro autistico si compila sullo stesso modello nazionale di tutti gli altri, ma due delle quattro Dimensioni portano quasi tutto il peso: la relazione e la comunicazione. Sapere questo prima di sedersi al tavolo del GLO cambia il modo in cui si scrive il documento, perché evita il difetto più comune, cioè un PEI che descrive bene i comportamenti e non dice quasi niente su come si interviene.
Le quattro Dimensioni del modello sono quelle previste dal decreto interministeriale 182 del 2020: relazione e socializzazione, comunicazione e linguaggio, autonomia e orientamento, area cognitiva e neuropsicologica dell’apprendimento. Il decreto ministeriale 153 del 1 agosto 2023 ha poi fissato la corrispondenza fra i Domini del Profilo di Funzionamento e queste Dimensioni, e su come funziona quel passaggio abbiamo una guida dedicata alla tabella di corrispondenza fra Domini e Dimensioni.
Perché nell’autismo la prima Dimensione non è una fra le quattro
Nella maggior parte dei quadri di disabilità la Dimensione della relazione racconta un contorno. Qui è il centro, e va trattata come tale: se la si liquida in tre righe, tutto il resto del PEI galleggia.
Quello che serve scrivere non è un elenco di ciò che l’alunno non fa. Serve descrivere in quali condizioni la relazione funziona: con quali persone, in quali momenti della giornata, con quale prevedibilità del contesto, con quali mediatori. È la differenza fra “non interagisce con i compagni” e “interagisce con due compagni della stessa fila durante le attività strutturate a coppie, non nei momenti liberi”.
La seconda formulazione è utile perché contiene già l’intervento: se la relazione regge quando l’attività è strutturata, la strategia sarà strutturare più momenti, non chiedere genericamente all’alunno di socializzare.
Comunicazione e linguaggio: distinguere i due termini
È l’errore ricorrente. Un alunno può avere un linguaggio verbale ricco e una comunicazione molto compromessa, perché comunicare significa usare il linguaggio con un interlocutore, in un contesto, con uno scopo.
Nel PEI conviene tenere separate le due cose e scriverle come tali. Sul linguaggio si descrive il codice: verbale, non verbale, sistemi aumentativi in uso, comprensione di consegne semplici o complesse. Sulla comunicazione si descrive la funzione: se l’alunno chiede, rifiuta, commenta, richiama l’attenzione, e con quali strumenti lo fa.
Un obiettivo scritto bene su questa Dimensione somiglia a questo: l’alunno utilizza autonomamente la richiesta di aiuto con l’immagine dedicata in almeno tre occasioni al giorno, nelle attività di classe. Contiene chi fa cosa, con quale strumento, quante volte, dove. Un obiettivo scritto male dice migliorare la comunicazione.
Autonomia e orientamento: la Dimensione dove si gioca la prevedibilità
Qui rientrano gli spostamenti, la gestione del materiale, la cura di sé, ma per un alunno con autismo la voce che pesa di più è spesso un’altra: la capacità di anticipare che cosa succede dopo.
Vale la pena descrivere nel PEI quali strumenti di prevedibilità sono già in uso e quali funzionano: agende visive, sequenze illustrate della giornata, avvisi anticipati dei cambiamenti. E vale la pena scriverlo anche quando l’iniziativa è nata in famiglia, perché il GLO serve proprio a mettere in comune quello che funziona in contesti diversi.
Un punto che spesso manca: le transizioni. Il cambio di attività, l’intervallo, l’uscita, la supplenza di un docente diverso. Sono i momenti in cui si concentra la maggior parte delle difficoltà osservabili, e quasi mai compaiono nel documento.
Area cognitiva e apprendimento: attenzione a non confondere due cose
Nel disturbo dello spettro autistico il funzionamento cognitivo varia moltissimo, e il PEI deve dire con precisione di quale situazione sta parlando. Una prestazione bassa dovuta a una difficoltà di comprensione della consegna non è la stessa cosa di una difficoltà sul contenuto, e l’intervento che ne discende è opposto: nel primo caso si lavora sulla forma della consegna, nel secondo sul contenuto.
È anche la Dimensione da cui dipende la scelta fra percorso con obiettivi minimi e programmazione differenziata, che alle superiori ha conseguenze sul titolo di studio. Quella decisione ha regole sue e le abbiamo raccolte nella guida su obiettivi minimi o programmazione differenziata.
I tre errori che si ripetono
Descrivere invece di programmare. Molti PEI sono ottime osservazioni e pessimi piani. La descrizione serve solo se da lì si arriva a un obiettivo osservabile e a una strategia.
Obiettivi non verificabili. Se non si può dire alla verifica intermedia se l’obiettivo è stato raggiunto, quell’obiettivo non era scritto bene. Servono un comportamento osservabile, un contesto e una frequenza.
Scrivere il PEI da soli. Il documento è del GLO, non del docente di sostegno. La parte più utile del PEI di un alunno con autismo, cioè che cosa funziona nelle transizioni e nella comunicazione, arriva spesso dalla famiglia e dai docenti curricolari.
Domande frequenti
Il modello del PEI per l’autismo è diverso?
No, il modello nazionale è lo stesso per tutti ed è quello previsto dal decreto interministeriale 182 del 2020. Cambia il peso delle Dimensioni, non la struttura del documento.
Da dove parto se ho il Profilo di Funzionamento?
Dalla tabella di corrispondenza introdotta dal decreto ministeriale 153 del 2023, che dice quale Dominio del Profilo confluisce in quale Dimensione del PEI.
Quante Dimensioni devo compilare?
Tutte e quattro. Il fatto che nell’autismo relazione e comunicazione siano centrali non autorizza a lasciare le altre in bianco.
Come si scrive un obiettivo osservabile?
Indicando il comportamento, il contesto e la frequenza attesa. “Usa la richiesta di aiuto con l’immagine dedicata almeno tre volte al giorno in classe” è verificabile, “migliorare l’autonomia” no.
Chi decide fra obiettivi minimi e programmazione differenziata?
Il GLO, e la scelta va motivata nel PEI. Alle superiori incide sul titolo finale, quindi è una decisione da prendere con la famiglia e con tutto il consiglio di classe.